Il Digitale Divide

Il Digital Divide

Il digital divide, letteralmente traducibile in divario digitale, è un fenomeno recente, complesso, molto articolato, legato allo sviluppo delle tecnologie informatiche e di internet, che sta generando rilevanti disuguaglianze culturali e sociali.

A causa della sua complessità non esiste una definizione che lo descriva in maniera netta. Esistono diverse definizioni che tentano di descriverlo compiutamente, ma queste devono continuamente essere modificate ed adattate in quanto il digital divide è un processo in continua e velocissima evoluzione.

Anche datare la nascita del termine è pressoché impossibile come anche individuare la persona che lo ha coniato o che, anche solamente, lo ha citato per primo.  Secondo Andy Carvin, ricercatore nel programma di Communication Policy della Bentos Foundation: << nessuno sa chi abbia inventato il termine. Io ho scritto Amy Harmon e lei ha risposto negativamente. Qualcuno dà credito a Larry Irving, ma anche lui nega, benché lo abbia usato con Bonnie Bracey fin dal 1995. In quello stesso anno, Al Gore iniziò ad usarlo nei suoi discorsi e Clinton lo seguì nell’autunno. Quindi nessuno sa chi lo ha inventato, Gore, Clinton e Harmon hanno contribuito a renderlo popolare attraverso i media, mentre Larry e Bonnie lo hanno diffuso tra gli studiosi e i policy-maker (Digital Divide Network, 31 maggio 2004)>>(1)

Una ricostruzione su come sia iniziato l’uso del termine rimanda peraltro a situazioni e significati spesso molto diversi fra loro. Moore, nel 1995,  lo ha usato per distinguere atteggiamenti di euforia o pessimismo nei confronti della tecnologia. Stewart e Roberts nel 1997 e  McRae nel 1998, per indicare problemi tecnici legati all’incompatibilità tra le reti analogiche e digitali dei telefoni cellulari, delle televisioni e delle trasmissioni satellitari. Gore, nel 1996, per indicare le diverse opportunità degli studenti di poter accedere o meno all’uso dei personal computer a scuola. Solamente nel 1999 si giunse ad un consenso unanime nel definirlo in termini di accesso alle nuove tecnologie informatiche. Questa, di fatto, è la prima definizione ufficiale del digital divide e sulla base di essa furono coniate due “etichette” molto popolari ed utilizzate ancora oggi : haves e haves-nots, identificative di chi dispone (haves) o non dispone (haves-nots) di accesso alle tecnologie informatiche ed in particolare ad internet. Tale definizione, dando per scontata la disponibilità di una linea telefonica, distingue tra chi dispone di un personal computer ed un modem, e quindi può accedere ad internet, e chi, invece, non disponendo di tale tecnologia rimane tagliato fuori dalle possibilità offerte dalla rete delle reti.  Nel frattempo si iniziò a discutere di altre possibili distinzioni basate sulle diverse capacità dei singoli di usare, in maniera efficace, questo innovativo mezzo di informazione e, quindi, di un possibile divario digitale tra gli stessi haves . Ciò allargò l’orizzonte dei significati a cui il termine poteva fare riferimento ed iniziò ad allontanarlo dalla sua prima definizione del 1999. Il digital divide venne definito dagli esperti come “un obiettivo mobile”, sottolineando in questo modo la difficoltà di studiare un fenomeno in continua evoluzione che richiede un costante processo di rivisitazione. Gli studiosi si resero conto di non essere alle prese con un solo tipo di divario, ma con una costellazione di differenze sociali, economiche e tecnologiche che vengono etichettate come digital divide e che variano in continuazione, in relazione all’evoluzione della tecnologia alla quale sono inesorabilmente legate. Si pensi, ad esempio, al divario generato dall’ingresso nel mondo delle comunicazioni della cosiddetta “banda larga”.  Chi può utilizzare tale tipo di accesso è sicuramente avvantaggiato rispetto a chi non può farlo ed accede alla rete con un modem a 56 Kbps. Il divario in questo caso è tecnologico, ma genera inevitabilmente anche differenze culturali, sociali ed economiche.

Negli ultimi anni sta addirittura emergendo un nuovo filone di studi che si occupa delle disuguaglianze digitali (digital inequalities) legate agli usi di internet e distinto da quello sul divario digitale.

In conclusione: <<il digital divide è un concetto multidimensionale, sfaccettato e in continua evoluzione a cui una visione polare non può che fare l’effetto di una coperta troppo corta>>(2) . Non esiste, quindi, una definizione chiara che  lo  possa   descrivere;  essa  non  potrà  che  essere  elastica  e  versatile e tale da consentire di seguire ed inglobare i cambiamenti e le opportunità offerte dalla tecnologia e da internet.

Aldilà della definizione, il fenomeno del divario digitale è in costante e velocissima evoluzione; un numero sempre maggiore di esperti lo sta valutando per cercare di dare una spiegazione ad esso. Allo stato attuale due sono le ipotesi più accreditate formulate dagli stessi: quella della normalizzazione e quella della stratificazione.

Secondo la prima, quella della normalizzazione, il divario attualmente esistente verrà progressivamente superato e,  man mano che la tecnologia sarà disponibile a costi minori e con interfacce più semplici, si arriverà ad  un generale livellamento. Attraverso una similitudine con ciò che è avvenuto per  l’uso della televisione, del frigorifero, della lavatrice e dell’automobile, si prevede che le iniziali disuguaglianze saranno nel tempo colmate. In sostanza l’attuale divario è solo temporaneo e tenderà ad annullarsi nel tempo.

L’ipotesi della stratificazione, invece, si riferisce alla possibilità che il divario digitale si inserisca in una struttura sociale già polarizzata per motivi di ordine economico, culturale e sociale, e vada quindi ad accentuare le disuguaglianze preesistenti.  Essa prevede che, chi si trova in posizione di relativo vantaggio, consolidi, ed eventualmente incrementi, tali privilegi a svantaggio delle categorie di consumatori più lente nell’adozione della nuova tecnologia; in tal modo non sarà mai possibile colmare le differenze tra le due diverse categorie sociali.

Le indicazioni che emergono dall’analisi del contesto americano evidenziano elementi a favore di ambedue le ipotesi.

A favore della prima possiamo considerare almeno due elementi:

  • effettiva riduzione di alcune differenze, come quelle relative al genere, alla regione geografica e all’età;
  • chi ha adottato internet più di recente appartiene agli strati sociali meno privilegiati della popolazione.

Altrettanti elementi sono a sostegno della stratificazione:

  • nonostante la distanza tra le diverse categorie sociali sia in parte diminuita, le donne, gli anziani e le fasce a più basso reddito faticano ad accedere ad internet;
  • dopo una sensibile riduzione del divario verificatasi agli inizi del 2000, in conseguenza di interventi pubblici, molti di coloro che avevano avuto la possibilità di accedere ad internet tramite tali interventi, l’ hanno  abbandonata (drop-outs) giustificandosi con gli eccessivi costi del servizio.

Nel corso degli ultimi anni, si è consolidato un atteggiamento equidistante tra le due ipotesi secondo il quale ambedue sono in parte valide ma nessuna delle due è completamente esaustiva. Di fronte alla molteplicità delle differenze che si sono progressivamente evidenziate, è possibile immaginare che per un divario che, in base alla prima ipotesi, si assottiglia, ce sia un altro che subentra e che aumenta, perpetuando in tal modo una differenza che muterebbe solo per tipologia. In sostanza, il divario rimarrebbe anche se, nel tempo, si potrebbe modificare ed evolvere. Per ora, comunque, almeno secondo De Haan, sembra che gli elementi a sostegno della stratificazione e quindi della tendenza all’accumulazione dei vantaggi siano più numerosi rispetto a quelli che convaliderebbero l’ipotesi della normalizzazione (3).

Tornando all’estrema articolazione del divario digitale che è stato possibile osservare nel corso degli anni, oggi è possibile distinguerne tre diversi tipi:

  • divario globale, che si riferisce alle differenze tra paesi più o meno sviluppati;
  • divario sociale, che si rivolge alle disuguaglianze esistenti all’interno di un singolo paese;
  • divario democratico da associare alla partecipazione alla vita democratica di un paese attraverso le nuove tecnologie.

All’interno di queste tre grandi tipologie, che si basano essenzialmente sull’avere  accesso o  meno alla rete,  occorre operare altre distinzioni basate oltreché sulle risorse fisiche disponibili, anche su quelle digitali, umane, sociali e istituzionali.       Dall’esame delle suddette variabili, si arriva a definire  i quattro elementi fondamentali che contribuiscono a determinare i diversi tipi di divario digitale:

  • l’accesso finanziario, che consente di sostenere le spese per il collegamento;
  • l’accesso cognitivo, ovvero l’abilità del soggetto di gestire in maniera adeguata lo strumento e le informazioni ottenute;
  • la produzione di contenuti on-line e cioè la verifica che vi sia un’offerta sufficiente ad incontrare i bisogni dell’utente;
  • l’ accesso politico, ossia la possibilità  per l’utente di interagire con le istituzioni che regolano la tecnologia che essi stanno utilizzando.

Appare sempre più chiaro che ci troviamo di fronte ad un fenomeno molto complesso, per studiare il quale occorre andare oltre la semplice misura polare di accesso si / accesso no. Bisogna aggiungere ad essa altri cinque indicatori:

  1. i mezzi tecnici a disposizione e la loro qualità;
  2. la competenza, o capacità, digitale;
  3. il sostegno di reti sociali, ovvero la possibilità di poter contare e chiedere aiuto e informazioni ad amici, familiari o colleghi sull’uso di internet;
  4. l’autonomia di uso, e cioè il luogo di accesso e la possibilità di utilizzare Internet per i propri interessi personali; se vi si accede dal posto di lavoro anziché da casa le possibilità sono senz’altro diverse;
  5. la varietà di usi, ovvero la gamma di attività che attraverso la rete si riescono ad intraprendere (lavoro, tempo libero, community, posta elettronica ecc.)

Uno studio recente, che ha tenuto conto di tutti gli indicatori appena elencati, evidenzia la grande differenza che esiste tra chi ha la possibilità di accedere e chi accede ed utilizza realmente Internet.  Un esempio per tutti. I dati del 2000 confermano che in Italia a fronte del 18,5 %  della popolazione che si collega ad internet, solo il 5,7 % la utilizza tutti i giorni mentre l’8,2 % lo fa solamente su base settimanale (4) . In sostanza, ci sono divari anche tra coloro che sono dentro la rete.

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(1) L. Sartori, Il divario digitale. Internet e le nuove disuguaglianze sociali, Il Mulino 2006, p.11

(2) Ibidem., p.19

(3) Ibidem., p.45

(4) Ibidem, p.40